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vincie solamente, ove bagnano i lidi di quelle, ma di quell’altre ancora fra terra, che erano soggette all’Imperio, si che sottratolo a’ particolari Regni, lo concesse a tutti, vietando in questa maniera, che alcune Provincie sole lo pretendessero, ne alcuno potesse dire In bonis meis ma in bonis, nullius. Et se avesse inteso altramente, se avrebbe contradetto, chiamando il Mare, hora publicum, hora commune. Oltra di ciò come potrebbe aver giurisdizione in Mare, che pur la conciede l’auttore del Mare liberum, et parimente la protezione di esso, che pur è parola, che denota possesso, se fosse in bonis nullius? Che queste sarebbono contrarietà troppo manifeste, il che non è da dire d’huomini cosi avveduti, et cosi prudenti? Mare, per dirla più chiara, è come l’intese Giustiniano è a guisa di quelli beni, che si danno a godere alle Città, che il Principe si ritiene tutto il Dominio, così in Mare tutti vi navigano, et non è In bonis alicuius, ma nullius, cioè non è di chi naviga, ma del Principe solo.

E ben l’auttore di quel discorso conobbe tutto ciò, che noi habbiamo detto, come che procurasse di fuggirlo, sapendo, che chi ha giurisdizione, et protezione ha ancora il ius, conciosiacosa che in un altro discorso, dise che non parla del Mare interiore, ò mediteraneo, ne de suoi seni, ò Golfi, che conciede, che se abbiamo in Dominio, ma parla per usare, le sue parole, non de Mare interiori, Sed de Oceano quęritur, quem immensum, infinitum, rerum parentem, Cælo conterminum antiquitas vocat. E parimente ad’un altro passo allegando Alfonso de Castro Theologo Spagnuolo, dice, che chi volesse prescrivere le ragioni del Mare, bisognarebbe, che dimostrasse un essercitio fatto in esso oltra ogni memoria d’huomini, e che niuno altro in questo tempo l’havesse fatto, se non ò per concessione di co-


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