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clxxx Prefazione


Maxima de se ipso,
Plurima de Parentibus,
Prava de Principibus,
Turpia de Cardinalibus,
Pauca de Ecclesia,
De Deo nihil.

E in quest’ultima forma, la satira passò poi nel Guyot de Merville e nel Lafon, i quali saccheggiano, specialmente a proposito di Alessandro VII, le opere del povero Leti, senza citarlo mai o quasi mai; e chi sa in quanti altri sarà passata, che forse avranno fatto lo stesso. Intanto, l’avviso dell’Agente genovese prova che la satira è autentica e non fu inventata dal Leti; come autentiche sono di certo molte altre delle moltissime pubblicate da lui anche nell’Ambasciata di Romolo a’ Romani per la sede vacante di Clemente IX, e nel Vaticano languente dopo la morte di Clemente X. Ma della maggior parte di esse giudica assai bene Pasquino stesso in una lettera, e il Gobbo di Rialto in un dialogo con lui e con Marforio.

"Io ho sempre stimato i Genoesi„ (scrive Pasquino al signor Sergio Perditempo, a- Genoa) "più inclinati al sono della borsa che de’ sonetti: ad ogni modo V. S. mi sollecita a mandargli qualche compositione di questa natura, et io volentieri la servo, perchè l’abbondanza me ne porge ampio motivo, assicurandola che noi abbiamo più sonetti in Roma, che voi pesci in Genoa. Forse che la maggior parte li troverà senza sale et insipidi, ma gli sarà facile di renderli salsi, col gettarli nel mare, per farli beere alla sanità de’ poeti che l’hanno composti.„ (Il Vaticano languente; 1677; par. I, pag. 248.)

"Nel tempo della sede vacante, in Roma„ (dice poi il Gobbo), "si veggono Pasquinate infami, scelerate, e piene di parole oscene, nefande, lorde, sacrileghe e puz-