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tentava di brontolare contro Paska e contro il servo lontano.

Un giorno, in dicembre, il canonico Felix e suo nipote fecero visita alla vedova Sulis, e mentre lo zio diceva, col suo placido riso: «ah, ah, oggi non ho veduto neppure una signora col ventaglio!» Priamo si guardava attorno con occhi foschi, aspettando Gavina che non compariva.

E l’inverno s’inoltrò, coi suoi venti feroci e le sue nevi silenziose; le montagne ne furono tutte coperte, ed anche le più lontane apparvero vicine, bianche sul cielo turchino come nuvole primaverili, o confuse fra nubi mostruose. Qualche notte la luna sorgeva dalle cime nevose, fredda e pura come se fosse stata a lungo sepolta fra la neve, e tutto il paesaggio sembrava di marmo argenteo, destinato a rimanere eternamente così. Nell’orto emergevano soltanto le cime dei cespugli, simili a strani fiori neri sbocciati sulla neve cristallina. Gavina guardava dai vetri, prima di coricarsi, e pensava a suo padre, che doveva aver freddo, laggiù, nel piccolo cimitero alle falde della montagna: e una tristezza morbosa l’assaliva, ma spesso si esaltava, pensava alla morte, a Dio, contenta di soffrire, e la sua anima rifletteva la purezza fredda e desolata della notte nevosa.

Ma al principio della primavera le finestre furono riaperte ed ella potè uscire di casa.