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trambe, serva e padrona, con le mani intrecciate, piansero in silenzio; ma Francesco, che guardava attraverso la fiammella del lume il filo quasi diafano con cui doveva cucir la ferita, senza volgersi disse, irritato:
— Ebbene, se non la finite voi non posso cominciare io!
E di nuovo, nella camera inondata da un soffocante odore di spirito, non s’udì che il cigolìo della lampada. Egli si avvicinò e si curvò sul lettuccio; e Gavina non si mosse, non si lamentò, mentre l’ago chirurgico trafiggeva la sua carne viva.
Appena chiusa la ferita, Francesco fece a sua moglie un’iniezione di morfina; e come riprendendo un discorso interrotto disse a Paska:
— Dicevo.... non dubitare: morrai tu, prima di lei! E ora va a dormire.... — indi aprì la finestra per liberar la camera dall’odore dell’alcool e dell’etere, e rimise accuratamente in ordine i suoi ferri.
— Gavina, come ti senti, adesso? — domandò a voce alta.
— Bene, — rispose Gavina con voce velata; e mentre Francesco andava ancora su e giù per la camera, ella cominciò a mormorare come in sonno ripetendo ciò che aveva detto alla zia Itria e facendo progetti per l’avvenire. — Faremo del bene, Francesco.... Ameremo la vita, ajuteremo gli infelici.... Viaggeremo,