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dicata col nome di Solio, non ci fu dato rinvenirlo in alcun documento: resterebbe la scelta fra ia Mina ed il Sextarius, ma a favore di quest’ultimo starebbe il fatto, che essendo stato per lunghissimo tempo la base delle misure di capacità del vino, a tutta ragione dobbiamo attenderci, che più a lungo ne sia durato anche l’uso appunto sotto la veste di un nome affatto volgare (199). — Così della Secchia, come misura del vino, troviamo una legale menzione per la prima volta nella tariffa dei bollatori del 1613 (200): la sua capacità era uguale a quella del Quartarius (201), e se vi sono documenti per dimostrare che anche nei tempi più remoti la Sicula (d’onde il nostro nome) era una misura del vino (202), non manca neppure una prova per ritenere che già nel 1342 il popolo indicasse col nome di Secchia (Sègia come oggidi) quella misura che la legislazione persisteva a chiamare Quartarius (203). — Non si può dire alcunchè di positivo rispetto alla Pinta, che forma la cinquantaquattresima parte della Brenta e della quale non abbiamo trovata alcuna menzione nei documenti dei secoli ai quali si riferiscono queste ricerche. La Pinta, a cagion d’esempio, la troviamo nominata negli Statuti di Novara del secolo decimoterzo come misura bensì, ma non come misura di unica capacità, poichè vi leggiamo: «qui vendunt et vendere volunt vinum ad minudulum teneantur et debeant habere et tenere pro mensuris ad mensurandum ipsum vinum Pinctas vitreas signatas signo Comunis Novarie, videlicet Pinctam de quartino sive pinctam de medio quartino et pinctam de terciolo et non alias mensuras (204).» Forse una tradizionale consuetudine,