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XXX

(Nel Cimitero di Santo Stefano).

Santo Stefano, 30 aprile 1855.

Iersera è morto Antonio Prioli, sacerdote, di Saracena in Calabria, giovane di trentadue anni, condannato per causa politica a sette anni di ferri. Un malore lo ha distrutto in cinquanta giorni. Stamane gli altri sacerdoti condannati politici gli hanno renduti gli estremi uffici, lo hanno accompagnato al camposanto. Dalla finestra ho veduto la bara, e i dolenti compagni, ed ho pianto come un fanciullo. Oh che giorno di dolore è stato questo per tutti i politici! Nel camposanto sono due pietre dove sta scritto: «Felice Petrassi 1847», ed «Antonio Prioli 1855»: sotto quelle pietre stanno le reliquie di due giusti, fra tanti e tutti scellerati. Chi sa se qualche altro di noi anderá con quei due! Il buon Prioli era amato da tutti per la bontá dell’indole, ed una virginale purezza di costumi: ed è pianto da tutti specialmente dal sacerdote Francesco Surace, che gli era fratello nell’amicizia. Possa quell’anima affannata avere da Dio il premio della buona vita che ei menò fra gli uomini, i quali lo perseguitarono e lo condussero a morire in galera. Possa dormire in pace e non essere turbato dal rumore della zappa che scaverá la fossa per altri suoi compagni.