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quindici mesi a disposizione della polizia 129


pagare la chiamata. Non si può immaginare che inferno era l’udienza in certe ore del giorno, e che nefande cose vi si dicevano e vi si facevano.

Dopo l’udienza si scendeva nel primo camerone, che era una grotta oscura, lunga, con un po’ di lume giú in fondo che veniva da un finestrone. All’entrare gli occhi non vedevano nulla, e se non avevi uno che ti guidava a mano, correvi il rischio d’infrangerti una gamba. Poi che l’occhio s’era usato a quel buio vedevi muoversi uomini con strane facce, e strane vesti o seminudi; e udivi strani parlari. Verso le pareti erano alquanti letti o canili poggiati sopra scanni di legno: un gran numero di farti ravvolti, legati con funicelle, e per terra, la notte erano gittati sciolti e distesi in mezzo al camerone, e vi dormivano in oscena nuditá la state, fra cenci l’inverno, fra sozzure sempre. Nel lato sinistro di questo camerone si vedono sei chiarori, che vengono da sei stanze, in cui si entra per usci bassi e muniti di cancello di ferro affinché non manchi in tutto l’aria all’oscuro camerone. Nella quinta di queste stanze eravamo noi. Nel lato destro era la cappella; e si vedevano murati gli usci di antichi criminali, fra i quali piú famoso era quello del Leone1.

Seguiva il camerone detto di Porta Capuana, illuminato da finestre sporgenti sulla via, le quali sono aperte in un muro grosso un venti palmi, e però danno poca luce: pure a queste finestre si affollavano i prigionieri, come i pesci d’una peschiera, corrono al buco per dove entra aequa pura. Se togli l’oscuritá del primo camerone, qui è lo stesso fetore, le stesse sozzure, gli stessi letti, gli stessi farti per terra.

  1. Nel 1864 il municipio confidava a me e ad altri l’ispezione delle prigioni: ed io mi trovai col direttore della Vicaria quando la prima volta fu smurato ed aperto questo criminale. Sovra una parete era dipinto un Cristo su la Croce e le Marie piangenti: rimaneva un vaso immondo di creta, con coperchio di legno che appena toccato cadde in polvere. Sopra un’altra parete scritte con un chiodo queste parole: «Francesco Donnarumma 1585». Fu uno dei carcerati per la famosa causa dell’eletto Starace.
     Quel criminale mi fece terrore: eppure ne ho visti tanti.
L. Settembrini, Ricordanze della mia vita - i. 9