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giovanni pascoli 15

cose e le parole più semplici cantano con dolcezza così nuova («humida solstitia atque hiemes orate serenas»!). Se non che al Pascoli troppo manca della dolcezza vera, pensata e quasi lentamente maturata che è in Virgilio.

Del resto certi apprezzamenti forse sono fuori di luogo: poichè in fine in fine i versi del Pascoli non li possiamo ragionevolmente chiamare nè belli nè brutti, nè buoni nè cattivi. Essi si trovano quasi al di fuori di tutte le leggi e di tutte le consuetudini; e questa è la loro qualità propria essenziale.

Poichè bisogna mettersi bene in mente questo: che il poeta fa i suoi versi solo per sè, in un mondo dove il valore di tutte le cose è cambiato. E tutti i versi sono buoni per lui: quali che siano, egli sente in essi la voce della sua anima pura, ingenua, intera, e se ne compiace infinitamente; non perchè gli riescano belli, ma perchè sono suoi. Così mentre dall’una parte pare che egli non ne prenda nessuna cura, e come nascono così li lasci andare, inteso in una poesia di cose troppo più alte e più profonde che non la esterna forma di un verso; dall’altra egli presta al loro suono una attenzione infinita. Nel mondo ch’egli abita non c’è norma nè convenienza, nè rispetto d’altri che del poeta; egli vi è solo e quando parla non c’è nell’universo altra voce che la sua. Si può comprendere com’essa prenda per lui, in ogni accenno e moto più lieve, un rilievo indicibile; e come egli possa porre nelle sfumature più sottili una intenzione o un significato che trascendono ogni potere del parlare comune. Nella ingenuità assoluta del suo spirito egli trae partito di tutto; di quel che per altri sarebbe virtù, e di quel che meglio parrebbe vizio; di quel che è compiuto e di quel che