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esame di coscienza di un letterato 397

scolati e congiunti per improvvisa affinità morale con quelli che non ci curavamo neanche più di scartare, teste vuote e cattive, esaltati e fanfaroni, mestieranti e procaccianti; tutto questo ci ha disgustati, irritati, ci ha fatto pensare una rivelazione di viltà e di buaggine e di poltroneria italiana, superiore perfino alla nostra tolleranza, che era così larga nel suo disprezzo.

Ma era un eccesso che si può perdonare come impressione; non si può conservare come giudizio.

Un De Lollis, poniamo, o un Missiroli, tanto per ricordarne due fra i meno peggio, non hanno perduto niente di quella stima che potevano meritare: e lo sapevamo poi anche prima che uno era un dottrinario in cui lo sforzo della mente — per non parlare dell’ambizione — poteva arrivare alla conoscenza ma non alla penetrazione delle cose storiche o artistiche, e che l’idealismo di quest’altro poteva avere della buona volontà e dell’ardore, ma non delle idee, e più orgoglio di solitudine che di pensiero. Pregi e miserie non sono cambiati in costoro, come non sono cambiati nell’altra parte: dove la serietà della causa e l’utilità, tutt’insieme, dell’azione, non ci toglie certo il senso, a una a una, di tutte le stonature e le esagerazioni e banalità, sia pure in buona fede; ma ci sono anche quelle in mala fede, come ci sono, nel mucchio, i vanitosi, gli ambiziosi, i conferenzieri d’apparato e i ciarlatani, gli opportunisti e i fanatici, ognuno col suo passato e con le abitudini mentali e coi sospetti morali da cui la nuova compagnia non basta a purgarli. Aggiungete che anche fra i migliori, pochi hanno avuto felicità di parole e convenienza tempestiva: non parliamo di bontà letteraria; per un Prezzo-