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le lettere 371

l’abilità puramente giornalistica (pochi sanno incominciare e troncare l’articolo come lui; a squilli di tromba), ha un’efficacia innegabile; è ricco, robusto, corrente, con una felicità verbale precisa e immaginosa, una varietà di effetti drammatici e ironici e austera, una potenza di antitesi e di metafore che fremono nella compagine sonora e serrata dei periodi.

Ma ciò è falso e vuoto; è un’illusione creata dalla foga oratoria, tutta tesa ugualmente dal principio alla line, che trascina il lettore e gli impedisce quasi di avvertire il cattivo gusto, la banalità, la sfacciataggine di quella roba, che sta insieme e si regge per virtù del fragore, come le note di una cattiva fanfara: finchè cammina, non ci si bada.

Egli ha uno stampo per coniar la metafora (che di solito è materiale e precisa, quasi per contrasto con le sfumature spirituali che deve esprimere: carne, frutti, pitture, congegni meccanici e simili), come ne ha uno per l’antitesi (etica), e ha uno schema per il periodo; l’apparenza è buona, moderna; ma l’effetto è sempre meccanico.

Allo stesso modo la sua potenza di congegnare delle tragedie spirituali e di «inquadrar nella storia» si riduce a una abilità puramente materiale e terribilmente monotona; e i caratteri più superficiali, pratici, moralistici dell’opera d’arte gli servono a questo scopo bene e meglio che le qualità essenziali; del resto, egli raccoglie senza differenza le line e gli altri in certe formule di una facilità superba, e il dramma è bell’e fatto, sviluppato, dedotto, con una vivacità dialettica, che fa scordare tutto. Ma anche questa è più curialesca che profonda; è una forza che urge e che stringe, e si esaurisce nell’effetto che ha cercato.