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coscienza letteraria di renato serra xxxix

pochi fraterni spiriti, come dicono le sue lettere. Curiose lettere, piene di complicate analisi, di femminili abbandoni, e reticenze superbe; piene di propositi di vita e di studi. Parlava ad altri, è vero, ma per sè quasi sempre, da sè, per isfogo; e continuò con apparenti distrazioni un suo lungo soliloquio. Inquiete lettere, di un’anima soavissima, d’un’intelligenza solitaria, di gusti così strani dai gusti correnti, ma che erano ben fermi, tra quegli apparenti tentennamenti, fermi fino a parere caparbi.

Orgoglioso era di sè. Tra l’arte, l’arte specialmente del suo tempo, e lui, un accordo non ci fu, o ci furono solo coincidenze. E la vita di provincia accrebbe il distacco. Se ne possono trovare le prove in tanti suoi giudizi, non so se dettati più da irritazione o da dispetto. Nato per respirare altra aria, saggiare la sua inquieta pazienza a scrutare qualcuno di quei versi grandi che, quanto si voglia spiato, non arriva a scoprire una sillaba sola corruttibile, portò quel suo difficile gusto, e quel fastidio, nell’esame dei moderni. Ne derivarono effetti curiosi. Gli scrittori a lui più vicini, più, direi, consanguinei, furono proprio quelli che maggiormente lo infastidirono; e i turbamenti il male e il malessere di quelli, ch’erano pur suoi, lo allontanarono da essi. Lo attraeva di più il lavoro dell’arte, pulito, schietto; e attraverso questo riconosceva la poesia e il suo valore. Di Gozzano scoperse lui primo il costruttore finissimo di versi, ch’era il segno della sua salute vera; di Soffici, quella elementare scrittura e quella luce che sono la festa della sua pagina; e di D’Annunzio il mestiere stragrande, dove non pesa, e dove più si fa essenziale e si fa arte, e che arte! Ma guardatelo davanti a Pascoli, quanto