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158 scritti di renato serra

moci che il Carducci, citando dei versi di S., era costretto a saltare qualche cosa.

E se ci pensate bene, questo qualche cosa è forse quello che vale di più; svela il difetto essenziale dello scrittore, la sua impotenza. Certi punti e momenti sono felici in lui, ma il soffio e la signoria poetica manca. Una poesia intera non gli sgorga mai dall’anima come un torrente.

Anche le cose piccole, anche un madrigale di otto versi, è fatto in due tre pezzi; e ognuno sta da sè. Prendo uno dei migliori:


La bianca neve ride in vetta a i monti:
chiede sol mite e breve; lungamente
vuol sognar de la luna ne i tramonti.
Sotto gli amplessi suol rompe fervente,
sale a le piante tiepido l’umore
che poi s’ingemma in faccia al sole ardente.

Tal fra le nevi tue caldo il tuo cuore
a i labri manda qualche rosa in fiore.

Qui ci sono almeno tre pensieri poetici diversi, legati solo superficialmente; quella gentilezza della neve che ride e sogna nel primo, non ha che fare con il contrasto del suo freddo con la calda linfa nel secondo membro, e la fine poi è un luogo comune della poesia popolare, già sfruttato dall’autore (ricordate il seno di Biancofiore).

Prendete pure le poesie più belle, dove sono i luoghi più amabili; le ottave siciliane di speranza, o nostalgia; vi parrà di trovare in quelle una certa unità, poichè toccano solo dell’accoglienza dei vecchi alla nuova figliuola; ma viva è solo la prima; nella seconda è un’amplificazione dell’ultimo verso bello («ei bisbiglian fra lor qualche parola») che non aggiunge nulla; e poi c’è un trapasso improvviso, giustificato solo gramma-