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102 sermone decimo.

     Ciò che improvvisa grandine con furia
     Giù cadendo, non fa pei lieti campi
     335Inghirlandati delle bionde spiche.
     I tributi vi pesano? Ma quale
     È più grave tributo e più frequente
     Di quello che la crapola v’impone,
     II lubrico ridotto e l’ozio e il gioco,
     340E il chiedere a fidanza, e il render tardo?
Se l’infecondo e prodigo consumo
     Nuoca o giovi al salario, in parte dissi,
     E in parte ridirò con altro verso.
     Oh! quanto giova che gli alterni uffici
     345Si partano fra lor sì che al bisogno
     L’un non difetti e l’altro non soverchi.
     Troppo l’opinïon falsa c’inganna
     Nella scelta, da cui pende la sorte
     Avversa o lieta della vita nostra!
     350Il giovin baldo slanciasi securo
     Al corso, immaginando innanzi a lui
     Viver con soavissimo pendio
     Seminato di rose il suo cammino.
     Ma quando vuol della smarrita via
     355Indietro ritornar, l’impeto primo
     In cor gli manca, e il piè stanco vacilla.
     Alla baldanza giovanil si allenta
     Talora il freno dal paterno orgoglio,
     Quasi che dal venal lauro recinta
     360Più libera la fronte al cielo innalzi
     L’imberbe figlio nel sembiante grave,
     Ma lieve lieve al muovere dell’anca.
So che fra cento porte al genio aperte
     Una appena rimane, in cui penètri,
     365Il suol radendo con tarpate penne;
     Ove una ingorda razza e bieca regni