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Cesare Pietrangeli curvò cautamente l’infante, verso la sorellina e Bicetta baciò Augustarello sulle due guancette. Il bimbo mugolò lietamente e agitò le manine socchiuse.
— Dammelo, papà, dammelo in braccio, il pupo! — strillò la bimba, tutta rosea di tenerezza materna.
— Eh no, no, Bicetta, sei troppo piccola, ancora.... — scosse la testa, il padre. — Dopo, dopo... più tardi, figlia mia.
— Cesare, dammi il pupo — si chinò, la moglie, verso il manto. — Forse vuol dormire, Augustarello.
— Sì cara, tieni prendilo.... Però se non si addorme, me lo ridai, Mariuccia...
La donna prese l’infante e se lo coricò, fra le braccia: poi, si mise a passeggiare, piano, piano, in fondo alla sala da pranzo. Cesare Pietrangeli se ne stava muto: la sua larga mano rossastra, sull’incerata nera della tavola da pranzo, segnava dei piccoli gesti vaghi, con le dita. La sua primogenita, Bettina, la biondissima, ruppe il silenzio:
— Papà? papà?
— Che vuoi, Bettina?
— Hai pensato, papà mio, a quello che ti ho proposto in questi giorni? — e cercava di rendere più ferma la sua voce trepida.
— Figliuola mia.... — rispose il padre, incerto, perplesso.
— Non hai fiducia in me, papà? Io sono stata molto attenta, a te, quando ti ho tenuto compagnia nel chiosco: io ho imparato da te.... — e le si affannava, nell’ansietà, il respiro. — Io ci so stare nel chiosco, papà, te lo assicuro! E li so fare i conti, dei giornali....
— Sei così giovane, Bettina....
— Ho compiuto a gennaio quindici anni, papà.... tante altre ragazze lavorano, alla mia età.... Che vergogna, per me, papà mio, te alla guerra, il chiosco dei giornali chiuso, e io in casa, a non far nulla.... Scorno, scorno, per me....