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— Hai avuto la certezza, per la guerra, Camillo?

— Ho avuto la certezza — rispose, con voce sorda, Camillo Moles.

— Oh Dio, oh Dio! — si lamentò, ancora Magda.

— Zitto, Magda — impose, aspramente, il marito. — Si dovrà ubbidire, Camillo; si dovrà andare. Andremo.

— Ciò non ti esaspera, Mario? Non ti fa delirare?— proruppe, di nuovo agitatissimo, Camillo Moles.

— Non ti comprendo, Camillo. A me, tutto questo è indifferente — l’altro rispose, gelido.

— Possibile, Mario? Non provi l’orrore del sangue altrui, da spargere? La vita dell’uomo è sacra. Ci è inibito di uccidere, dalla religione, dalla morale. Non senti l’orrore di uccidere? — e balbettava, quasi nella foga del proprio sentimento umano, Moles, l’eloquentissimo avvocato, la cui parola, pur appassionata, era sempre chiara e limpida.

— Non ho orrore, nè della mia morte, nè di quella altrui — rispose, reciso, Mario Falcone.

Le due donne tacite, atterrite, sogguardando, volta a volta i due loro uomini, in quel singolare dialogo, non battevan palpebra: Magda Falcone, umile ancella, serva della volontà diritta di suo marito, comprimeva le parole e le lacrime; Barberina, inconscia, insensibile, mostrava solo il suo aspetto di donnina stupita e spersa.

— Tu hai coraggio, Camillo, lo so, ne hai sempre avuto — disse, pensoso il cognato. — Che temi? Che temi?

— Ho coraggio, Mario — rispose Camillo Moles, levando gli occhi, ove brillavano insieme, la luce del pensiero e quella della bontà. — Non temo di morire. Temo di uccidere.

— Eppure, domani, bisogna uccidere o farsi uccidere — disse l’altro, levando le spalle, come a una necessità ineluttabile.

— Questo bisogna, domani, lo so. Ma io non posso uccidere — proclamò a voce alta e ferma Camillo Moles. Preferisco morire.