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volto, ti ricordi il balenìo furente dei tuoi occhi folli, che era a me rivolto? Madre, madre, finchè io viva, ovunque io vada, in ogni tempo e in ogni paese, io udrò il tuo urlo che mi accusava, vedrò la folgore del tuo sguardo, che mi volea fulminare! Rispondi: è vero, che in quel momento ti facevo orrore?

— È vero — ella dichiara, franca.

— È vero che mi hai maledetto?

— Sì, ti ho maledetto.

— Lo so. Lo so. Non ero più tuo figlio, allora: ero l’apostolo infiammato della guerra, colui che l’aveva invocata, propiziata, esaltata, negli scritti, nella parola, tra le genti ignare e timide, e l’anima mia rovente di apostolo, aveva acceso tutte le anime ingenue, e tutti i cuori semplici, e centinaia e migliaia di persone, eran diventati miei discepoli, e costoro e tanti altri, avevano, con me, data la grande spinta, lanciato il nostro paese, nella terribile ventura... Ed ero io, quel giorno, il più straziante il più tragico della nostra vita, che ti venivo ad annunziare, la morte di colui che era tutto il nostro prezioso bene, Giorgio, Giorgio, il figlio, il fratello, unico bene nostro... E mi hai maledetto! Io ho letto più oltre, nel tuo pensiero, madre, in quel giorno...

— Che hai letto? Dillo! — è concitatissima, Marta.

— Tu hai pensato che io, complice della guerra, ho ucciso mio fratello.

— Così ho pensato — ella afferma, sordamente.

— Tu mi hai chiamato, nella tua anima sanguinante, con un altro nome, con quello del primo fratricida: Caino.

— Sì, così ti ho chiamato: Caino — afferma ancora sordamente, Marta Ardore.

— Pensi tu, egualmente, adesso, madre? Sono io, sempre, per te, un assassino? Mi chiami tu, sempre, Caino?

Marta Ardore abbassa la testa, tacita: poi, leva il capo, guarda il Cielo e risponde, breve:

— Iddio sa.

— Ebbene, madre, poichè ti lascio al tuo incon-