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presi di ammirazione. Ma dai villaggi che sono sotto il monte principierà a fuggire la gente spaurita e si riverserà nella città, dove sarà accolta a braccia aperte — e la lava procederà sempre. Nuove bocche si apriranno. La lava è a Resina.

Ma i napoletani non temono: il Vesuvio è loro vecchio amico, vuole scherzare, è un brontolone, ma presto tacerà. Poi vi è S. Gennaro che con le dita sollevate in atto d’imperio, comanda alla lava di non avanzarsi; le donne pregano il parroco della cattedrale a portare in piazza San Gennaro di argento o il prezioso suo sangue che è conservato nelle ampolline. In qualche chiesetta si prega. Una mattina il sole non viene fuori, una fitta nube grigia nasconde il cielo, piove cenere; i napoletani sorridono ancora e vanno ai loro affari sotto quella strana pioggia. Ma il giorno seguente il rombo diviene tumultuoso, le scosse di terremoto si succedono l’una all’altra, orribili convulsioni squassano il monte, sui cui fianchi s’aprono dappertutto