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La Conquista di Roma 251

mente lontano, lungo la staccionata di villa Ada, una lunga fila di pecore bianche spiccava dalla comune intonazione di cinereo e di verde, e un pastore incappato stava ritto, immobile.

Castelforte e Scalìa si allontanarono nella pianura, gesticolando. Il tempo s’era un po’ calmato, ma brontolava e minacciava ancora: e quella enorme piattaforma, brulicante di erbe inutili, aveva una tristezza così straziante e così selvaggia, che quelle due sagome di gentiluomini eleganti, avanzanti tra la cicoria fiorita, stonavano bizzarramente. Il Tevere, gonfio e livido, tumultuava con impeto collerico. Castelforte e Scalìa tornarono indietro lentamente, discutendo. Sangiorgio cominciava a vibrare per l’impazienza. Pel fondo dello stomaco gli si era messo un tremolio breve e vivace, che gli si propagava sino ai nervi del palato e gli promoveva una salivazione incessante. La carrozza gli era diventata angustissima. Si sentiva soffocare.

I due padrini si accostarono a lui. Castelforte appoggiò le braccia allo sportello:

«Abbiamo trovato un buon terreno; si affonda un poco: ma non si scivola. Aspettiamo gli altri per vedere se sono contenti.»