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parte prima 29

Ma lì giunta, mentre si segnava in furia, due braccia l’afferrarono alla vita, braccia di ferro.

— Lasciami, Caterina, lasciami buttar giù.

— No.

— Lasciami, voglio morire.

— No.

E per un minuto lottarono sul terrazzo ampio e deserto, presso il parapetto, dopo il quale era il precipizio. Caterina la teneva stretta, affannando ma non lasciandola: Lucia si dibatteva con moti serpentini: le dette dei pugni, la graffiò, la morsicò. Poi mise un urlo e cadde svenuta sull’asfalto.

Quando le altre giunsero, quando giunse il collegio intero su quell’immenso terrazzo, Caterina agitava il fazzoletto sulla faccia di Lucia e si succhiava dalla mano il sangue delle graffiature.

— Senza te era morta — disse Minichini, baciandola. — Come hai fatto?

— Sono venuta per la scala della cappella — rispose Caterina, semplicemente. — Direttrice, scusi, vorrebbe far portare dell’aceto?

IV.

Nel giardino le piccole facevano la ginnastica, ridendo, strillando: sul terrazzo, dove le grandi passeggiavano nella ricreazione, giungevano le voci attenuate per l’altezza. Nella serenità violacea di quel tramonto, in gruppi