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parte quinta 321


Egli ubbidiente, aprì lo sportello, l’aiutò a scendere, le dette il braccio. La carrozza rimase sulla via, essi discesero sulla spiaggia, sotto la pioggia fine, immergendo i piedi nella sabbia molle. Il paesaggio, deserto, era avvolto nella umidità acquitrinosa. Dinanzi a loro Nisida, l’isola dei galeotti, si faceva nera sul fondo chiaro dell’orizzonte. Lì sotto, il mare era bruno, torbido, come se fossero venute a galla tutte le mostruosità livide del fondo: lontano, verso Baia, diventava di un bianco argenteo e gelato. Alle loro spalle, la trattoria dei Bagnoli aveva tutte le sue finestre chiuse, il pergolato nudo; la facciata gialla si macchiava per la pioggia. Poi, dietro, si allargava, bigia, incassata fra le colline, la pianura dei Bagnoli, dove i soldati vengono a fare le manovre, dove i duellanti napoletani vengono a battersi.

— Pare un paesaggio del nord — disse ella, stringendosi al braccio del suo cavaliere — un paesaggio triste e morto. Non è la Bretagna, poichè la Bretagna ha i suoi scogli irti e i picchi disperati. Non è neppure l’Olanda, poichè la Schelda è bianca, grassa, placida, immersa in una nebbia lattea. È la Danimarca, è Amleto che guarda, con gli occhi pensosi, dove la follìa si concentra, il Baltico che si fa grigio.

Egli stava a sentire, seguendo solo il suono musicale di quella voce che gli vibrava nell’anima. Si bagnavano a quella pioggia sottile, lanceolata, ma non se ne accorgevano.

— Sei mai venuto qui, Andrea, quando il paesaggio era azzurro?