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parte terza 163


— Benissimo, cara.

— Vuoi una pastiglia?

— No, più tardi. Non pensare a me; guarda, parla, divertiti, Lucia.

— Questo mio povero Alberto — disse Lucia, facendosi udire solo da Andrea — è per me un cruccio continuo. Darei il mio sangue per arricchire il suo.

— Voi siete buona — disse Andrea.

Intanto la gente entrava, entrava a fiotti, dappertutto, sino nei vani delle finestre, sino sugli scalini della piattaforma. In un angolo, un gruppo di giovinotti, chiacchierava forte, uno di essi scriveva note sopra un taccuino, un altro sbadigliava, l’altro faceva segni telegrafici col segretario del Comitato: una donna era con loro, giovane, vestita di lutto, semplicemente, pallida e malaticcia sotto la falda nera del cappello.

— Quelli sono i giornalisti — indicò Andrea a Lucia. — Vi sono i corrispondenti dell’Opinione, del Diritto, della Libertà, del Popolo Romano, del Fanfulla, per Roma; del Pungolo e del Piccolo, per Napoli.

— Anche quella lì è una giornalista?

— Credo: non ne so il nome.

— Io la invidio, se è intelligente. Ha almeno un’ambizione.

— Bah! preferite sempre essere una donna.

— La gloria è bella.

— Ma l’amore è buono — ribattè lui, serio.

— ... l’amore?

Caterina non sentiva. Pensava alla casa dove le pareva di aver lasciato aperto lo scrigno dei gioielli: con