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296 dal vero.

occhi sorpresi in quelli della madre, non chiede altro che attaccarsi alla sua gonna e seguirla dovunque: perchè è timida come una cervietta, candida ne’ suoi abiti bianchi, azzurrina nelle sfumature del suo volto. Adesso i suoi occhi intelligenti si chinano sulle lettere dell’alfabeto che la madre vuole insegnarle, la vocina balbetta, il visino si arrossa per superare la difficoltà; le lezioni vanno benissimo, perchè in fondo vi sono sempre baci e carezze. Soavissima cosa piegare le ginocchia insieme alla figlia, congiungere le mani, elevare gli occhi al cielo ed unirsi nelle stessa parole di preghiera; uscire insieme nelle ore mattinali, scantonare in qualche povera strada, entrare in qualche tugurio miserabile e vedere la figliuola che arrossisce di piacere nel fare l’elemosina, mentre il poveretto la guarda con occhi pieni di lagrime, mormorando: Benedetta questa bionda fanciulla! E nel cuore della madre un’eco risponde: Benedetta questa figlia che è la pace dei miei giorni!

Ora Silvia comprendeva tutto, tutto: una grande tendina era stata lacerata davanti a’ suoi occhi, la rivelazione del mondo l’aveva colpita, il suo intelletto era stato invaso dall’aspra scienza della vita. A lei venne il soffio allegro e sano della gioventù con le emozioni freschissime, le trepidanze, i rossori, le gaie speranze, gli entusiasmi, la fede inconcussa nel suo avvenire di donna. Poi lo slancio irresistibile della passione, la lotta dei sentimenti coi doveri, la parte della coscienza, l’urto perenne dell’anima coi sensi, l’alto ideale della virtù e le basse realtà dell’esistenza: tutta questa eterna bat-