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o giovannino o la morte | 339 |
Peppina Ranaudo, mentre contrattava, sul pianerottolo, un canestro di pesche per quella conserva che a Napoli si chiama percocata.
— Nessuno è santo innanzi a Dio — ribattè la pinzochera, facendosi il segno della croce e andandosene.
Ma dovunque, dovunque, malgrado le sue insinuazioni, malgrado lo stridìo della sua voce inacetita, trovò che la gente sorrideva di questa buona ventura, di questo matrimonio in prospettiva.
— Sentite, Carminè — rispose donn’Orsolina, che oramai non ne poteva più per il fastidio che le dava la sua gravidanza nella estate, senza denari e senza forza per lavorare, — sentite, devo dirvi che mi fa piacere, come se quella fosse mia figlia. Il matrimonio è una schiavitù, sissignore, ma tutte la dobbiamo avere...
— Non tutte, non tutte, — ribattè acremente la serva pinzochera.
— È una combinazione, — mormorò bonariamente donna Orsolina, che aveva bisogno di stare bene con tutti, — ogni tanto... succede così...
Finanche le vecchie zitelle del terzo piano, le sorelle del professore, espressero la loro soddisfazione, dietro i cristalli dei loro balconi, salutando Chiarina con aria festevole. Ella chinava il capo e arrossiva: tutti quelli che incontrava, oramai, nelle scale, nel cortile, nella strada, partecipavano alla sua gioia, salutandola vivacemente, dandole dei