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certa grave solennità, — queste banche sono un immenso furto; banchieri, amministratori, impiegati e... collettori sono altrettanti ladri.

Ella si morse le labbra e un velo di lacrime — le ultime lacrime — le offuscarono la vista; il bosco le comparve intorno.

— Nessuna delle leggende inventate è vera, — riprese lui, come se desse a sè stesso delle spiegazioni, — nè Rothschild, nè la banca d’Inghilterra, nè il papa, nè Francesco secondo, nè il Brasile hanno mai dato un soldo a questi banchieri. Mai il denaro ha potuto dare il dieci, il dodici, il quindici, il venti per cento al mese, nella più fortunata, nella più audace delle pubbliche speculazioni. Ma costoro, Ruffo-Scilla, Costa, Ferrero e tutta la innumerevole caterva dei minori, non erano, nè banchieri nè giuocatori di borsa, nè speculatori: non sono che dei ladri del pubblico denaro. Ladri, niente altro. Davano l’interesse, prelevandolo dal capitale, o mangiando il resto, una gran parte essi e una minor parte i loro impiegati e i loro collettori. Davano questo interesse, levandolo dal capitale, vivendo giorno per giorno allegramente, sapendo che fra tre mesi, fra un mese, fra dieci giorni sarebbe capitato loro un disastro; ma non pensandoci, non volendoci pensare, calcolando sulla gran folla meridionale, su questo rinascente sogno dell’isola di cuccagna; e dimenticando il pericolo imminente, sicuro, im-