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Pagina:Serao - All'erta, sentinella!, Milano, Galli, 1896.djvu/25


La catena, la catena! Era quella che faceva tacere, in un profondo silenzio, le risa dei fanciulli, la voce grossa della marinara, il richiamo allegro dei pescatori, le parole d'amore della donnina bionda alla finestra, lo scoppiettìo della frusta dei cocchieri avviati a Pozzuoli, la canzone dei carrettieri di passaggio. La catena! Era l'incubo di tutti, quel ferro implacabile che immobilizzava l'uomo; e l'uomo era un ladro, un micidiale, forse. E tutta la gran campagna verde e fiorita, intorno, tutto il bel mare profondo e colorito che circonda Nisida, come un lago poetico, e l'isola istessa sorgente dalle acque come un fresco boschetto di verde e di fiori, sembravano, nella improvvisa tristezza che li aveva colpiti, soffrire l'oppressione di quel ferro incatenatore; e le cose sembravano da quell'apparizione della perversità, della crudeltà, deturpate, violate nella loro innocenza, per sempre turbate, per sempre corrotte dalla presenza infame di un micidiale.

Ma una barca si distaccò dalla riva dell'isola fiorita e venne vogando verso la spiaggia dei Bagnoli: la conducevano due barcaiuoli vestiti di un turchiniccio scuro con berretti neri. Quieti, taciturni, i due barcaiuoli si piegavano sui remi che aprivano le onde, quasi senza rumore; e approdarono presto, con un urto sordo. Imbarcarono prima due carabinieri, poi il condannato con passo sicuro e con aria disinvolta, poi il terzo carabiniere: