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vade retro, satana 17

viso, sotto ad un pino, che il vento aveva gettato a terra e che su quel lenzuolo candido con il suo tronco ed i suoi rami secchi pareva uno scheletro, odono un fruscìo. Tendono le orecchie; il fruscìo si rinnova; s’avvicinano, ed ecco che sbuca una bestia bruna, simile ad un cane non grande. La bestia scappa e va a nascondersi di nuovo in una macchia di arbusti; ed i fanciulli dietro. Avevano due bastoni, e si mettono a picchiare con tutta la forza di cui erano capaci, l’uno di qua, l’altro di là della macchia di arbusti, la quale, sebbene priva di foglie, era folta.

Volevano acchiappare il cane. La bestia, in fatti, spaurita, irritata, esce fuori, ma, invece di fuggire, avventandosi alle braccia di uno dei fanciulli, le addenta e ne fa uscire il sangue, che arrossa la neve; ma il fanciullo, niente paura, quanto più si sente mordere tanto più tiene saldo. Ed ecco l’altro che in buon punto dà con la mazza un forte colpo sulla testa dell’animale, ed un secondo colpo, e l’accoppa. Il ferito, più allegro che mai, tiene per un poco le braccia nella neve, poi, con il compagno, scende giù a sbalzi portando la sua preda. Erano incerti se fosse un cane o una volpe. Ma, prima di entrare nel villaggio, incontrano un vecchio di ottant’anni, alto, di corpo asciutto, dritto ancora come un fuso, svelto ancora come un cavriolo, che andava a passeggiare con la sua carabina ad armacollo. La fama di codesto vecchio