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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/97


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ria: altri per l’ambizione, e per aver d’ogni intorno gran numero di clienti: altri per l’esser ben voluto dalla sua amica: altri per una vana dimostrazione degli studj liberali, e delle lettere, che non apportano rimedio alcuno all’infermità dell’animo. Questi tali tutti son gabbati da fallaci e brevi dilettazioni: non altrimente che l’ebbrezza, la quale ricompensa l’allegra pazzia d’un’ora col fastidio d’un lungo tempo; e come anco il plauso, e il grido favorevole, che con gran fastidio s’acquista, e si purga anco. Tu ti devi dunque immaginare, che l’effetto della saviezza, e la qualità della vera allegrezza sia tale, che faccia divenir l’animo del Savio nello stato, nel quale è il Cielo dal giro della luna in su, dove regna perpetua serenità. Or tu intendi quel che deve spingerti a voler esser sapiente, perchè la saviezza non può essere senza l’allegrezza; e quest’allegrezza non può nascere, se non dalla vera scienza delle virtù. Non può veramente allegrarsi uno, che non sia o forte, o giusto, o temperato. Che dunque? Gli stolti, e gli tristi non s’allegrano: mi dirai. Sì; ma non più di quel che fanno i leoni, quando han fatto preda. Questi tali stracchi dal vino, e dalle libidini, poichè la notte manca loro in mezzo a’ vizj, e poichè i piaceri, ingeriti nel piccolo corpo più di quel ch’egli potea capire, cominciano a impatronirsi di lui, gridando dicono que’ versi di Virgilio:

     Che poi che questa oscura ultima notte
     Tra le false allegrezze avrem passata ec.