Apri il menu principale

Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/92

66

l’allegrezza vera non manca mai, nè si può convertire nel suo contrario. Laonde dicendo il nostro Virgilio:

E le triste allegrezze de la mente;


parla in vero elegantemente, ma però poco propriamente; perocchè non si ritrova trista allegrezza. È ben il vero che battezzando i piaceri con questo nome, espresse molto ben quel ch’egli aveva in animo, volendo mostrare come gli uomini si rallegrino del loro male. Non è però ch’io senza causa abbia detto d’aver preso gran piacere della tua epistola. Perchè sebbene il rallegrarsi per questa cagione è più tosto da ignorante, che altrimente: non dimeno il debole affetto di questo tale, che subito è per inclinare nel contrario, io lo chiamo piacere sfrenato, e soverchio, causato dall’opinione che ha del falso bene. Ma ritornando a proposito, odi quel che mi sia dilettato nella tua epistola. Tu hai le parole in tuo potere; il parlare non ti leva fuor di proposito, nè ti fa esser più lungo di quel che hai determinato. Molti sono, che tratti dalla bellezza di qualche dolce parola, son trasportati a dir cose, che non aveano proposto di scrivere. Il che a te non avviene, perocchè tutte le cose tue son stringate, e convenienti alla materia, di che tratti. Ragioni quanto vuoi; e sei tanto abbondante di sentimento, che significhi molto più, che non parli. Questi sono indizj di molto maggior cose; perocchè ci mostrano come l’animo tuo non ha punto nè del soverchio, nè del gonfiato. Vi trovo non dimeno certe traslazioni di parole, le quali come non son fuor di propo-