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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/70

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tiero? Nessuna cosa ne vien più presto in odio, che il dolore: il quale mentre è fresco, trova chi lo consola, e tira anco qualcuno a dolersi seco; ma poichè s’è invecchiato, vien deriso, e ragionevolmente, perocchè o che è finto, o che è pazzo. Io che ti scrivo queste cose son quello, che piansi così smisuratamente Anneo Sereno mio carissimo; e di sorte che posso anco esser addutto per esempio (che non vorrei però) per un di coloro, che sono stati vinti dal dolore: non dimeno oggi io riconosco il mio errore, e conosco apertamente che la cagione di tanto pianto fu, che non avevo mai pensato ch’egli potea morir prima di me; e solo mi cadeva nel pensiero ch’egli era minor di tempo, e molto minor di me, come se gli fati serbassero l’ordine. Sicchè dovemo assiduamente aver avanti gli occhi la fragilità non solo nostra, ma anco di tutti quelli che amiamo. E però allor io dovevo dire: se ben è minor il mio Sereno, che rilieva però questo? Per ragione deve morir dopo di me; ma può morir anco prima: e perchè non considerai tant’oltre, in un subito la Fortuna, trovandomi sprovvisto, mi percosse. Ora io ho fermato nel pensiero che tutte le cose di questo mondo siano mortali, et incerte. La legge della morte può eseguire oggi, quel che può fare in tutto il restante del tempo. Consideriamo dunque, Lucilio mio carissimo, che noi anco semo per arrivar tosto al fine, al qual ci dolemo che sia pervenuto questo tuo amico: e forse (se però è vero quel che de’ Savj si suol dire, e se vi è loco alcuno che ne