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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/67


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siderio, che avemo dell’Amico; e però noi non facciamo quel che ne detta il dolore, ma solo il dimostriamo. O felice pazzia, che fa che nel dolore ancora sia qualche poca d’ambizione. Che dunque? mi dirai: mi devo dimenticar io dell’Amico? Tu prometti di serbar una breve memoria di lui, se ha da essere accompagnata col dolore: perocchè questo tuo volto, che ora è sì mesto, sarà facilmente rivoltato in riso da qualunque cosa che avvenga. Non dirò cosa alcuna della lunghezza del tempo, il quale ogni gran desiderio mitiga, et ogni gran pianto toglie via. Non più presto lasserai d’osservar queste tue passioni, che l’immagine di cotesto dispiacere ti si leverà d’avanti gli occhi. Ora tu medesimo sei, che serbi, e custodisci questo tuo dolore: con tutto ciò a quelli anco, che il custodiscono, fugge via, e quanto è maggiore, tanto più presto manca. Facciamo dunque che la memoria delle cose perdute ci sia gioconda; perchè nessuno volentieri torna col pensiero a quello, a che sa di non poter pensare senza tormento. E questo s’ha da far per modo, ch’il nome di quelli che amandoli avemo perduti, ne torni a memoria con qualche rimordimento d’animo: il quale rimordimento ha ancora il suo piacere. Perocchè, come solea dire Attalo nostro, come negli vini troppo vecchi ci suol piacer quella amarezza che hanno: e come anco vi sono de’ pomi, l’asprezza de’ quali n’è soave, così la ricordanza degli morti amici ci è gioconda. Ma intervenendovi poi spazio di tempo, tolto via ciò che ne tormentava, ne resta solo