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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/56

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sarebbe l’impedir il padrone che non s’uccida, quanto ammazzarlo. Poi esortò Marcellino, dicendogli che, come finita la cena si suol dividere quel che resta agli circostanti, così non esser cosa inumana, che nel finir della vita si doni qualche cosa a quelli, che sono stati ministri d’essa vita, mentr’ella è durata. Era Marcellino facile d’animo, e liberale anco del suo medesimo: sì che distribuì certe piccole somme di danari a’ servi che piangevano, e si mosse anco per se medesimo a consolarli. Non gli bisognò già oprar il ferro, nè spargere il sangue. Perciocchè tre giorni s’astenne dal mangiare; e comandò che si ponesse nel letto il tabernacolo, dopo il quale fu portata anco la cassa da mettere il cadavere, dove egli giacque pur assai, e mancando il calor naturale a poco a poco venne meno, non senza un certo piacere, com’egli diceva, che suole apportare un leggier mancamento d’animo, che noi solemo provare, ai quali talvolta suol mancar l’animo per debolezza. Io ho dato in una favola, che a te doverà esser grata, intendendo per essa l’esito dell’amico tuo nè difficile, nè misero. Perciocchè con tutto ch’egli s’abbia dato la morte; non dimeno è uscito di vita dolcissimamente, e piacevolissimamente. Ma non ne sarà però inutile questa favola; perchè molte volte la necessità richiede un simile esempio. Molte volte noi dovemo morire, e non volemo; moremo, e non volemo. Niuno è tanto ignorante, che non sappia che una volta gli convien morire, e non dimeno, quando s’avvicina la morte, si difende, e trema,