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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/48

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mancheranno quelli, che giudichino male del fatto tuo. Troverai anco di quelli, che han fatto professione di Savii, che neghino che non si debbia far violenza alla sua vita propria, e che giudichino cosa nefanda l’essere omicida di se stesso; e dichino che si deve aspettar il fine ordinato dalla natura. Ma chiunque così dice, non vede ch’egli serra la via della libertà. La miglior cosa, che abbia fatto l’eterna legge, è che n’ha dato una sola via per entrar in questa vita; ma per uscirne, molte. Doverò io aspettar la crudeltà d’una infermità, o d’un uomo che mi toglia di questo mondo, potendo uscirne per mezzo dei tormenti, lasciando queste avversità? Questo solo fa che noi non ne possiamo lamentar della vita; ch’ella non tien per forza alcuno. È in buon essere questo stato umano, poichè niuno è misero, se non per colpa sua propria. Ti piace di vivere, vivi; se non ti piace, tu puoi ritornar là, donde sei venuto. Molte volte per alleggierirti il dolor della testa, t’hai cavato il sangue; e per estenuar il corpo si suol percotere la vena. Non accade con ismisurata ferita aprirsi il petto: perocchè con ogni picciola rottura s’apre la via a quella gran libertà; e la sicurezza sta solo in un punto. Che dunque è che ne fa così pigri e tardi? È che nessun di noi pensa che una volta ne convien uscir di questo albergo. Così anco interviene a quelli, che lasciando la lor patria vanno ad abitare altrove, donde, ancorchè siano dagli abitatori ingiuriati, non si sanno però partire, trattenuti dalla piacevolezza del luogo, e