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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/45


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che lo molestino, e che gli turbino la tranquillità della vita, volontariamente se ne leva; e non solo quando egli è forzato dall’ultima necessità volentier se ne toglie; ma, tosto che la fortuna di questo mondo gli comincia ad esser sospetta, considera diligentemente se sia bene di finirla. Nè fa differenza alcuna di porgli fine egli medesimo, o che essendovi posto da Dio, di accettarlo; e che questo fine si faccia o più tardi, o più per tempo; ne d’esso teme punto, come se gli dovesse apportar gran danno. Niuno può molto perdere per le goccie, che cadono dai tetti. Non importa più che tanto il morir più presto, o più tardi; ma quel che importa è il morir bene, o male: e il morir bene è fuggir il pericolo di viver male. Laonde io giudico effemminatissimo il detto di quel Rodio; il quale essendo messo dal Tiranno in una fossa, et essendo come un fiero animal nudrito, persuadendogli uno che per finir questo tormento s’astenesse dal cibo, disse: Ogni gran cosa può sperar l’uomo, purch’egli viva. Ma per fare che questo sia vero, non si deve stimar tanto la vita, che si compri per ogni gran prezzo. Alcune cose sono, che ancorchè siano grandi, e certe; non dimeno io non mi curerò d’averle, se per ottenerle mi bisognerà confessar d’essere un debole, e di poco animo. Dunque devo io pensare che in un che vive, la fortuna possa far ogni cosa; più tosto che considerare che in colui, che sa morir bisognando, la fortuna non abbia poter alcuno? Nondimeno talvolta, ancorchè un sia vicino a una morte certa e de-