Apri il menu principale

Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/44

18

della vita, Lucilio mio: e come a chi per mar va pare, al dir del nostro Virgilio,

Che fuggan via le terre e le cittadi;


così nel corso di questo rapidissimo tempo avemo prima ascosa la puerizia, dipoi l’adolescenza, dipoi quel tempo ch’è in mezzo tra gli confini della gioventù, e della vecchiezza: et ora per l’ultimo ci si comincia a scoprire il comun fine della generazione umana. Noi sciocchissimi tenemo che questo fine sia uno scoglio? Anzi egli è un clementissimo porto, che talvolta si deve desiderare, nè giammai ricusare. Nel qual porto se alcuno è posto negli anni primi, non si deve lamentar più di quel che si lamenta colui, che ha tosto navigato. Perchè, come tu sai, altri sono intrattenuti e burlati dalla tardanza de’ venti, e fastiditi dalla pigra noja della tranquillità; altri dalla pertinacia d’esso vento con gran prestezza son condotti a fine del viaggio. Il medesimo immaginati che intervenga a noi: perciocchè altri sono stati condotti velocemente da questa vita a quel termine, al quale doveano pervenire, ancorchè avessero più indugiato; altri son macerati e cotti con la lunghezza della vita, la quale, come sai, non si può perpetuamente ritenere. Perocchè non il vivere, ma il ben vivere è bene: e però il Savio vive non quanto può, ma quanto deve. Egli considererà sempre, in che luogo debbia far la sua vita, con chi doverà vivere, et in che modo, e quel che doverà fare vivendo; e pensa sempre quale sia la vita sua, e non quanta. Ma se gli occorrono cose,