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dottissimo, ma il più piccolo principiante tra i critici. Gli esempj prodotti dal Burmanno, e da lui stesso riconosciuti per poco sodi, riduconsi all’opera de re culinaria, che dice attribuita ad Apicio e ai distici morali, che dice attribuiti a Catone, mentre nè Apicio, nè Catone gli scrisse. Questi due libri anche nel loro titolo primitivo non ne annunciano altrimenti per autori Apicio, o Catone; al contrario essi portano un frontispizio, che toglie la presunzione che Catone o Apicio gli scrivesse. In quella forma che il trattato delle buone creanze del nostro Giovanni della Casa è intitolato Galateo, dal nome di una persona che in fatto di urbanità sapea passar per modello, così di quei due trattati uno è intitolato Apicio, ossia dell’arte cucinesca, l’altro Catone, ossia distici morali, per la già detta ragione che e Catone ed Apicio erano sommi uomini rispetto all’argomento di quei trattati; ma il loro titolo non dice esserne essi gli autori. All’incontro tutti i codici delle Satire di Petronio non hanno il titolo di Petronio, ossia Satire, ma bensì quello di Satire di Petronio: Titi Petronii Arbitri Satyricon, cioè aggiungono al titolo il nome dell’autore. Quanto poi all’esempio prodotto dall’Ignarra esso è ancora più debole, perchè il titolo di Filippiche dato da Cicerone alle sue orazioni contro M. Antonio, non è applicabile nè all’autore, nè alla persona combattuta, ma soltanto al carattere di quelle orazioni, il cui oggetto rassomigliavasi all’oggetto per cui Demostene inveiva contro Filippo.

Tale esempio varrebbe, se il titolo dicesse Satire Petroniane; perchè alcuno potrebbe intendere che tali Satire fossero scritte sullo stile e sul gusto di quelle di Petronio. Ma noi dobbiamo assolutamente prestar più fede a ciò che ne portano i codici, che ad una opinione vaga e sforzata di un erudito. Conchiudiamo dunque che il nome dell’autore non è mentito, nè immaginario, o almeno che le ragioni prodotte dal Burmanno e dall’Ignarra non provano nulla.