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lettere di fra paolo sarpi. 163


Su tale oggetto non fa promulgato il decreto, come s’usa, col mezzo del banditore (e potrei inviarle qualche esemplare), ma s’intimò in voce a coloro cui spetta conoscerlo. Eccole il perchè. Di rado avveniva che si proibisse un libro dall’autorità secolare; poichè aperti insidiatori mancavano, e i regnanti non si davano briga d’indagare quello che ciascuno scrivesse; faccenda a cui badavano i soli preti. Ma quando si venne a guerra co’ romaneschi, si persuasero che grave danno veniva alla Repubblica dalle perniciose scritture, e come perciò bastasse aver l’occhio alla stampa e all’introduzione dei libri. E ciò fecesi e si continuò a praticare. Quando uscì la prefazione del re inglese all’Apologia del giuramento di fedeltà, il nunzio del papa insinuò al principe, che il libro avrebbe portato gran detrimento alla religione; ed essendo molto diffuso per lo splendore del nome, si deliberò e statuì di comandare ai librai che nol ricevessero; ma ciò in segreto, per decoro del re amico. Noterò qui per intramessa, che se quel libro avesse contenuto ciò solo che stava nell’Apologia, sarebbero riusciti vani gli sforzi del nunzio; ma dava ombra quel discorrere sul Purgatorio, sulle sante Immagini, sulla venerazione dei Santi e singolarmente della beata Vergine, cui noi Veneziani siamo teneramente devoti. Già da sei mesi ci era liberamente pervenuta l’Apologia, nè mai fu proibita. Torno all’argomento. Uscì poi la risposta del Bellarmino contro il re; e subito ne fu divietata l’entratura. Si trovò, infatti, conveniente di stabilire che avesse luogo pel libro dell’avversario la sorte medesima incontrata da quello del re. E perchè non sembrasse che il re s’avesse in egual