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di aver pensato come il sig. Carpani, che tanto si mostra sensato in ciascuna delle medesimo . Tutto ciò dunque che in questa e nelle seguenti noie io riporto, lo fo in conferma di ciò che avea già scritto .

(14) A parlar giusto, gli effetti mirabili della musica de’ Greci non debbonsi ripetere dalla sola squisitezza delle loro melodie (quantunque vi avessero esse il più potente influsso), ma da alcune altre cose ancora insieme riunite. E primieramente dalla poesia. Non può credersi la maestà la dolcezza la forza che essa ritraeva da’ suoi versi, composti di molti e varj piedi, la diversa indole de' quali era attissima ad eccitare, o ad esprimere diversi affetti. «Il pirrichio e il tribrachio (così il P. Maestro Martini) sembrano atti nati per esprimere i moti leggieri e volubili; lo spondeo e il molosso i moti gravi e tardi; il trocheo, e qualche volta l'amfibraco i moti delicati e teneri; lo jambo, e l’anapesto i moti veementi guerrieri e iracondi; il dattilo risveglia moti ilari e giocondi, come di coloro che per l’allegrezza tripudiano. L’antispasto i moti duri e resistenti. L’anapesto e il peone quarta hanno grande possanza per incitare il furore e la pazzia. In somma non v’ha piede, o semplice siasi o composto, che non abbia la sua peculiare attività e forza di eccitare nell’animo un qualche effetto. Siccome però la natura, come saggiamente riflette M. Fontenelle, ama le cose semplici, ma varie, perciò usarono i Greci di mescolare con avvedutezza i piedi di una sorta con i piedi di un’altra, sempre però in questo diligentemente industriosi, che avessero i piedi fra loro qual che analogia, e che all’importanza delle parole corripondessero.» Martini: Storia della musica, T. 3, pag. 429. Aggiungasi a tutto questo la scrupolo» esattezza adoperata da loro per fino nella scelta delle lettere, delle sillabe e delle parole, che servir dovevano alla poesia, e poi