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28 capitolo terzo.


— C’è del tempo, figlia mia; ma se il vento si mantiene così buono e se l’onda cessa, noi vi approderemo fra cinque o sei giorni.

— Oh! Un’isola dinanzi a noi?

— Una brutta terra, figlia mia, che gode una fama sinistra, nota anche in America, ma specialmente in Francia.

— Come si chiama adunque?

Vanikoro.

— Cos’è questa Vanikoro?

— Un’isola che con quelle di Tevai, Menevai e a Nanuna forma il gruppo di La Perusa.

— Il gruppo di La Perusa? Forse che a queste isole si unisce il nome dell’ammiraglio La Perouse, l’infelice navigatore scomparso così misteriosamente con le sue navi e i suoi equipaggi?

— Sì, Anna: guarda attentamente quell’isola di così trista celebrità. —

Vanikoro era allora interamente visibile. Quest’isola ha un circuito di circa dieci leghe ed è irta di picchi conici, il più alto dei quali porta il nome di Monte Capogo. L’interno è tutta una fitta boscaglia, interrotta da paludi che la rendono quanto si può dire insalubre; le coste hanno invece due baie chiamate Vana e Paiu, che sarebbero accessibili ai bastimenti, se non le rendessero pericolose la cintura di scogli coralliferi che la difendono contro gli assalti delle onde.

I suoi abitanti sono senza dubbio i più brutti che s’incontrino nelle isole della Polinesia e nel tempo stesso i più feroci. Nulla potrebbesi immaginare di più schifoso e di più stomachevole di quegli esseri con facce di scimmia, con forme angolose, con membra da etici, coperte di sudiciume d’ogni specie.