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234 capitolo ventesimosesto.


macchie formate d’una specie di nocciuoli coi rami assai uniti, oppure immense zone di certe canne che somigliavano ai bambù tulda e che erano strette le une alle altre, da non permettere il passo se prima non venivano abbattute.

I marinai e gli indigeni lavoravano di sciabola e di scure con una specie di furore, ma in certi momenti si trovavano imbarazzati a farsi largo fra quegli ammassi di vegetali, che pareva volessero soffocarli. Paowang aveva smarrito la traccia da parecchio tempo, ma continuava a salire la grande montagna. Il suo istinto lo guidava ed era certo, certissimo, di aver dinanzi i due fuggiaschi.

Di tratto in tratto si arrestava, e dopo d’aver raccomandato il più profondo silenzio, ascoltava attentamente sperando di raccogliere qualche rumore che indicasse la presenza dei due nemici; ma i continui boati della montagna soffocavano ogni cosa.

Alle tre pomeridiane il drappello, trafelato per la lunga marcia, era giunto presso la cresta di una collina che si addossava al vulcano, quando Paowang che camminava sempre in testa a tutti, sfidando la nera cenere che il vulcano eruttava, si fermò dinanzi ad uno stagno le cui acque fumavano, mandando uno sgradevole odore di zolfo.

Si curvò ed esaminò la polvere nera che copriva le rive di quella sorgente d’acqua calda.

— Ecco le loro tracce! — esclamò. — Sono quelle di due uomini e seguono la cresta della collina.

— Che abbiano intenzione di deviare? — chiese Collin.

— Sì... ma... silenzio!

L’isolano si era bruscamente rialzato e i suoi occhi si erano fissati sui fianchi di una vicina montagna, assai più alta del vulcano e che pareva si dovesse prolungare in direzione della costa. Salì su di una roccia tenendosi nascosto dietro ai rami di un niaulis,