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188 capitolo ventesimo.


A mezzanotte, Grinnell che era disceso nel frapponte, s’accorse che le traverse situate dietro alle materasse che ostruivano la falla, minacciavano di cedere contro l’impeto crescente delle onde.

Asthor accorse prontamente e aiutato da Fulton le assicurò meglio che potè, ammonticchiandovi dietro quante botti e quante casse si potevano trovare.

L’acqua però filtrava attraverso alle fessure e si udiva precipitare in fondo alla stiva in grossi zampilli.

Più tardi il mare divenne ancor più cattivo e il vento accrebbe la corsa del veliero, il quale divorava lo spazio con fantastica rapidità, non ostante che gli fosse rimasto un solo albero.

Frequenti colpi di mare, superando le mal ferme e mezzo infrante murate dalla caduta dei due alberi di maestra e di trinchetto, si rompevano in coperta spazzando via i rottami, entrando nel castello di prua e inabissandosi con sordo fragore nelle profondità della stiva. Le casse, i barili e le gabbie delle tigri, non più trattenute dai legami o dal peso, correvano per ogni dove, urtandosi e spaccandosi; ma l’equipaggio non aveva tempo di occuparsene, intento come era a manovrare il grande vascello, a cui sarebbero stati necessari almeno altri dieci uomini per ben dirigerlo.

Il capitano che diventava ad ogni istante più inquieto, invano interrogava le tenebre coll’acutezza del suo sguardo, sperando sempre di scorgere qualche fuoco che indicasse la vicinanza dell’isola.

Alle due del mattino però, al baleno d’un lampo, scorse sulla linea dell’orizzonte una grande massa oscura, sulla cui cima ondeggiava un nuvolone di fumo tinto di rosso.

— Un vulcano! — esclamò.

— Dove? — chiese una voce.

— Laggiù, Anna.

— Una terra adunque? — chiese la giovanetta.