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98 capitolo decimo.


Il mare frattanto si era calmato, e la costa era deserta. Il capitano fece calare in acqua le due imbarcazioni maggiori, che armò con due spingarde caricate a mitraglia; vi unì un gran numero di fucili scelti fra i migliori, una buona provvista di polvere e di palle e alcune provvigioni, ignorando ancora quanto durerebbe la spedizione.

Ciò fatto, il bravo capitano attese la notte per agire.

Alle dieci di sera diede il comando d’imbarcarsi. Abbracciò Anna che era vivamente commossa per quella separazione la quale poteva riuscire fatale all’uno e all’altro, raccomandò al vecchio Asthor e ai sei marinai di fare buona guardia, poi scese nella imbarcazione.

I tredici marinai destinati a prendere parte all’ardito colpo di mano, avevano già preso posto nelle scialuppe portando con loro altre armi, e non attendevano che un segnale per dar mano ai remi.

— Veglia, Asthor, — disse il capitano, prima di prendere il largo. — Ti affido mia figlia, che è il tesoro più caro che abbia sulla terra.

— Mi farò uccidere se sarà necessario, ma la ritroverete viva, signore, — rispose il lupo di mare.

Il capitano fece un ultimo saluto ad Anna che stava ritta sulla murata, poi comandò di prendere il largo.

Le due scialuppe, facendo meno rumore che era possibile e protette dalle tenebre, si allontanarono girando attorno alle scogliere e misero la prua verso il sud.

Il naufrago che si era messo al timone della maggiore, segnava la via additando ai remiganti i bassifondi e le scogliere, onde non dessero in secco. Di quando in quando però li faceva arrestare e con quei suoi occhi, che anche di notte luccicavano come quelli dei gatti, scrutava con cura minuziosa le sponde dell’isola per assicurarsi che nessuno gli spiava.