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cap. xii. — le caccie del marajah 179

capitano, invece, si erano collocati sopra un rialzo di terra, colle carabine in mano, pronti a uccidere i rettili, che fossero riusciti a passare attraverso le linee.

A misura che i cingalesi s’avanzavano in colonne sempre più serrate, muovendo da ambe le rive della palude, sempre immergendo le loro picche, i coccodrilli, naturalmente, si rifugiavano verso il centro.

Quei mostri, alligatori o coccodrilli — giacchè press’a poco è la stessa cosa — operavano la loro ritirata in modo molto destro, girando bruscamente la coda dalla parte degli assalitori per coprirsi al bisogno.

Quasi tutti fuggendo eseguivano tale manovra, ma ve n’erano taluni, qua e là, che sconcertati, sia dalle urla feroci dei loro nemici, sia dai colpi raddoppiati delle picche e finalmente dall’agitazione dall’acqua torbida e fangosa, facevano voltafaccia prendendo una cattiva direzione, e si precipitavano sui cingalesi di cui dovevano attraversare le linee, sotto una continua tempesta di colpi.

Questi incidenti costituivano la parte più interessante dello spettacolo.

I soldati ed i battitori si disponevano subito in circolo e su due ranghi, intorno al rettile tanto temerario da voler superare la barriera.

A forza di colpi di picca, il povero coccodrillo finiva coll’affondare nella melma e allora i cacciatori lo massacravano in un modo tanto feroce da far rabbrividire perfino Jean Baret.