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Una caccia ai condor 83


I sei condor, aggruppati intorno al montone, s’impinzavano di carne al punto di correre il pericolo di scoppiare.

Era il momento atteso dai cacciatori per dare addosso a quegli ingordi predoni.

Essendo quegli uccellacci d’una voracità prodigiosa, quando trovano cibo in abbondanza si riempiono talmente il corpo, da non essere quasi più capaci di riprendere subito il volo, se prima non fanno una corsa per prendere lo slancio.

I cileni e anche i peruviani hanno perciò adottato quei recinti per dare la caccia ai condor. Mancando a questi lo spazio sufficiente per la corsa, in causa della strettezza dei pali, si trovano nell’impossibilità di spiccare il volo e diventano preda facile dei cacciatori che li finiscono a colpi di bastone, quando non preferiscono conservarli per venderli ai mercanti di fiere.

Piotre, giudicandoli abbastanza pieni per non poter più fuggire, si era slanciato verso la porta del recinto impugnando una specie di mazza piombata, seguito dai suoi due peoni.

I volatili, sorpresi da quell’improvvisa apparizione e d’altronde troppo pesanti per servirsi delle ali, erano rimasti stupidamente accovacciati sul carcame del montone.

Non cominciarono a difendersi se non quando i primi colpi di mazza grandinarono sui loro corpi. Allora si rizzarono battendo furiosamente le ali e tentando di afferrare coi robusti becchi i bastoni e anche di gettarsi addosso ai cacciatori, ma erano vani sforzi.

Piotre, che, come abbiamo detto, era dotato di una forza erculea, picchiava tanto forte da fracassare d’un colpo ali e testa e anche i suoi due peoni battevano sodo.

Bastarono cinque minuti per far stramazzare sulla carogna del montone quei sei giganteschi uccellacci.