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Pagina:Salgari - La stella dell'Araucania.djvu/78

78 Capitolo VI.

pelle si faceva d’una tinta più scura, come se un’ondata di sangue gli salisse sul viso. No: il mare non doveva aver chiusa la ferita del suo cuore e forse in quel momento sanguinava più che mai. Un anno non doveva essere stato sufficiente a rimarginarla e ne era solamente trascorso uno dalla sera in cui la fanciulla aveva respinto la sua mano.

Mariquita, seduta nell’angolo più scuro della caverna, non lo perdeva d’occhio e spiava ogni suo più piccolo movimento. Sentiva gli sguardi del baleniere; involontariamente trasaliva e la sua faccia si contraeva come sotto un improvviso spasimo.

Intanto i condor, non vedendo più nessuno, cominciavano ad abbassarsi verso il piccolo altipiano, restringendo sempre più i loro giri.

Il recinto esercitava su di loro un fascino irresistibile e come ben si può comprendere, non erano già i pali che li attiravano, bensì il cadavere d’un montone che prima era stato spinto lassù e poi scannato, perchè servisse d’esca a quei voraci volatili.

I condor che hanno una vista acutissima e che fiutano le carogne a delle distanze incredibili, l’avevano già scorto e si preparavano a scendere per saziarsi delle sue carni.

Quei giganteschi volatili amano poco le bassure e anche le montagne poco elevate, dove hanno tutto da temere da parte degli uomini. Ordinariamente si tengono sulle gigantesche catene andine, da dove spiano le prede, non scendendo quasi mai al di sotto della linea delle nevi.

Quando il freddo fa fuggire i guanachi, allora osano calare anche nelle pianure per cacciare altri animali, perchè quantunque si nutrano di preferenza di carogne al pari degli avvoltoi e degli urubu, che sono gli spazzaturai delle città sud-americane, si gettano anche contro gli esseri viventi che non possono opporre lunga resistenza.