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Pagina:Salgari - La stella dell'Araucania.djvu/280

280 Capitolo XX..


Anche lo stregone ed il cacciatore di guanachi di quando in quando si accasciavano e facevano inutili sforzi per attendere il piattoforte che i cuochi, del pari ubbriachi, lasciavano ormai abbruciare.

Alonzo incoraggiava tutti a bere, deridendo quelli che resistevano meno degli altri, per spingerli ad attingere sempre nei barili. E quei bruti, per non apparire deboli dinanzi al capo, ingollavano l’ardente liquore a crepapelle, cadendo poco dopo col naso in mezzo agli avanzi dei pesci e delle conchiglie.

— Un ultimo colpo e tutti cadranno per non rialzarsi prima di ventiquattro ore, — si disse Alonzo.

A quelli che ancora si reggevano propose una specie di brindisi per festeggiare la vittoria riportata, e quella futura contro la nave attesa. Furono accettati con tanto entusiasmo che al terzo brindisi più nessuno rimaneva seduto.

Tutti erano caduti, in un miscuglio indescrivibile, chi innanzi, chi indietro, russando e singhiozzando rumorosamente.

I cuochi erano pure stramazzati dinanzi alle pire, col pericolo di arrosolarsi le membra. Gli arrosti si carbonizzavano.

Alonzo si era alzato.

— Se non approfitto di questo momento, non uscirò mai più dalla Terra del Fuoco, — disse.

Si diresse velocemente verso la capanna, si passò nella cintura alcuni coltelli, ed una scure, si caricò di parecchie corde, prese due moschetti e uscì correndo all’impazzata.

Dinanzi alla capanna dei prigionieri non vegliava nessuno, essendo state le guardie invitate a prendere parte al banchetto.

Fece cadere la traversa di legno ed entrò, dicendo:

— Presto, dormono tutti, seguitemi senza indugio. —