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Lo stregone 195

sulle montagne, quei disgraziati non avevano per vesti che una misera pelle di guanaco gettata sulle spalle e che non li riparava al di sotto della cintura, e sul dinanzi un pezzo di pelle di pinguino.

Eppure quei miserabili, che dovevano tremare di freddo per la maggior parte dell’anno, mostravano degli istinti di civetteria! Ed infatti avevano i corpi striati di righe nere su fondo bianco, colori ottenuti con una decozione di carbone o l’infusione di conchiglie calcinate e ridotte in polvere, ed ai polsi portavano braccialetti formati con denti di pesce e sul petto collane di ossicini, probabilmente falangi di dita umane.

— Sono orribili! — esclamò Mariquita, che li osservava con una viva curiosità. — Non credevo che fossero così brutti.

— E quelli sono i più bei rappresentanti della razza fuegina, — disse il signor Lopez. — Se tu vedessi gli Yacana od i Pekerai che troveremo più al sud, ti spaventeresti.

— E come sono sporchi! Devono puzzare come le bestie selvagge.

— Come le volpi, — disse papà Pardoe. — Se saliranno a bordo ci appesteranno. Eppure guardate come sono ben pelati! Non si scorge la menoma peluria, nè sui loro volti, nè sui loro corpi. Qui i barbieri non farebbero fortuna.

— Hanno l’abitudine di strapparseli, è vero, papà Pardoe? — chiese il signor Lopez.

— Sì, e quel che è peggio si è che non possono vedere nemmeno gli altri barbuti. Si ricorda che un povero missionario, che era sbarcato su quest’isola per predicare la fede di Cristo e che per sua disgrazia era ben fornito di barba, fu preso e pelato vivo.

— Con quanto suo piacere, si può immaginare, — disse il signor Lopez.