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Pagina:Salgari - La stella dell'Araucania.djvu/172

172 Capitolo XII.


Testo in apiceAnche là niente ghiacci di considerevole mole. Qualche banco, quache montagnola gremita d’uccelli marini, di gabbiani e di micropteri rumorosi e pettegoli: nient’altro.

Il vento, che doveva aver soffiato dall’ovest, aveva allontanati gli ice-bergs, dopo di averne cacciati alcuni nel canale e chissà dove ora si trovavano, se pure non si erano squagliati a poco a poco.

L’oceano appariva deserto. Nessuna nave si scorgeva nè all’est, nè al nord e nemmeno al sud. Anche le coste della Terra del Fuoco, che in quel momento la Quiqua fiancheggiava, tenendosi ad una distanza di un paio di miglia, parevano disabitate.

— Bisogna cominciare ad aprire gli occhi, — disse José a papà Pardoe, il quale osservava attentamente le spiaggie rocciose dell’immensa isola. Da oggi dovremo scrutare ogni insenatura della Terra del Fuoco, poichè non sappiamo dove si sia arenata o spezzata la Rosita.

— Avremo tempo, — rispose il vecchio pescatore. — Non troveremo certo gli avanzi della nave così presso allo stretto.

— Dove credi che si sia areneta, amico Pardoe?

— Dirlo non sarebbe facile, perchè i due balenieri che abbiamo trovato sul dorso del cetaceo, non si sono spiegati troppo chiaramente!

Ma suppongo che non sia andata molto lontana dal Capo Horn. Si tratta di sapere ora se le correnti e le onde l’avranno spinta verso la Terra del Fuoco o verso l’Isola degli Stati.

— Esploreremo tutte quelle spiaggie?

— Finchè non avremo trovato la nave o gli uomini.

— Disperi tu?

— No, José, eppure quasi quasi preferirei che tutti fossero periti nel naufragio.