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Ritorno a Savana. 219

o d’un semplice sasso, quindi la mescolano in date proporzioni all’argilla, materia questa che si trova dovunque nelle foreste.

Alvaro e Garcia, informati rapidamente dal marinaio di ciò che dovevano fare per guadagnarsi la pentola, si misero subito all’opera, temendo di venire, da un istante all’altro, sorpresi dagli antropofagi.

Mentre il primo tagliava parecchi pezzi di corteccia i cui grani di silice che la impegnavano, scricchiolavano sotto la lama del coltello, il secondo scavava il suolo per raggiungere lo strato argilloso.

Avute le une e l’altra stavano per accendere il fuoco, quando il marinaio con un gesto li arrestò.

— No, — disse. — Finiremo l’operazione sull’isolotto.

Costruite invece la zattera, accendere qui del fuoco, sarebbe pericoloso.

— Io stavo per commettere una imprudenza imperdonabile, — disse Alvaro. — Sì, pensiamo prima alla zattera.

Avevano già abbattuti parecchi grossi bambù che crescevano sulla riva della savana e raccolte parecchie liane, quando un ululato che aveva un non so che di triste echeggiò a breve distanza.

Il marinaio udendolo aveva alzato il capo.

— Una belva? — chiese Alvaro che si preparava ad armare il fucile.

— Un guarà, — rispose il marinaio.

— Che cos’è.

— Una specie di lupo.

— Pericoloso?

— Non per gli uomini.

— Eppure mi sembrate inquieto.

— È vero. I guarà non escono che di notte dalle loro tane e se fugge vuol dire che qualcuno lo ha scovato.

— Guardatelo: fugge a tutte gambe. —

Un animale che aveva la statura d’un lupo siberiano, colla testa lunghissima, le gambe altissime, col pelame rossiccio ed il dorso coperto da una fitta criniera lunga tre o quattro pollici, si era slanciato fuori della foresta spiccando salti immensi.

Vedendo quei tre uomini, si fermò un momento guardandoli con viva curiosità, poi riprese la fuga balzando come se il suolo fosse tutto coperto di molle.

— Non era troppo bello, — disse Alvaro. — I nostri lupi d’Europa sono più graziosi.