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XIX

Altarik all’assalto

La colonna, uscita dalla città tra un frastuono assordante di tam-tam e di chiarine, si era diretta velocemente verso la collina.

Altarik, a cavallo d’un asino, la guidava insieme col sultano, il quale procedeva fieramente, stringendo, con aria feroce, il suo vecchio moschetto.

Dietro veniva la scorta della carovana, composta di trenta zanzibaresi pure armati di fucili e poi duecento negri armati di lance e di archi, i più prodi guerrieri di Kilemba, di un valore però molto dubbio, specialmente contro le armi da fuoco.

I tre aeronauti, accertatisi della direzione della colonna, si erano affrettati a ripiegare verso la cima della collina onde non correre il pericolo di venire tagliati fuori.

L’inglese ed i suoi negri avevano fatto dei miracoli.

Con macigni avevano eretto una specie di muraglia attorno al culmine della collina, gettandovi dinanzi ammassi di spine, ostacoli quasi insuperabili pei piedi dei negri.

L’entrata della caverna era stata compresa in quella cinta, per mettere al sicuro il tesoro, scopo principale della spedizione organizzata da Altarik.

— Dietro quella trincea potremo resistere lungamente — disse l’inglese. — I negri non sono temibili che nei boschi; contro un riparo qualsiasi non valgono assolutamente nulla.

— Vi sono gli zanzibaresi — osservò Matteo.

— Buoni soldati finchè hanno un capo.

— E noi quel capo lo uccideremo — disse Ottone.

— È quello che volevo dirvi — rispose l’inglese.

— E anche il sultano avrà la sua palla.