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— Chi direbbe che qui dentro ci sono sette milioni in diamanti? — diss’egli. — Affè di Dio! Una bella somma! Prendi e nascondi questa cintura sotto le tue vesti.

— Sarà sicura, Diego, — rispose il ragazzo con voce leggermente commossa. — Bisognerà che mi uccidano per rapirmi il tesoro del nostro valoroso Presidente. Ma... e il signor Calderon, non la reclamerà? Egli è un uomo ed io non sono che un ragazzo.

— Il capitano ha affidato il tesoro a noi due, e non al signor Calderon.

— Forse che diffida?...

— Chissà!... Quel viso non è fatto del resto per ispirare fiducia, e tanto meno i suoi modi strani. Se...

S’interruppe, e parve ascoltasse con profonda attenzione.

— Che hai? — chiese Cardozo.

— Odi! — esclamò il marinaio, prendendolo per una mano.

Fra i sibili del vento che s’ingolfava fra le pieghe dell’aerostato, Cardozo udì, non senza un brivido, dei lontani muggiti che si elevavano tra le fitte tenebre.

— L’oceano! — esclamò.

— Sì, è il nostro vecchio amico che ci chiama, — rispose il mastro, cercando di scherzare, ma diventando pallido. — Brutto amico in questo momento! Getta qualche cosa.

Cardozo prese la cucina portatile e la gettò nello spazio assieme alla provvista d’alcool.

Il pallone tornò alzarsi a tremila metri; ma fu cosa di pochi momenti, perchè tornò a ricadere. Le provviste di carne e di pesce secco, le coperte, buona parte della provvista di biscotti, seguirono la stessa via un po’ più tardi.

Quel peso non indifferente fece salire l’aerostato a seimila metri, ma erano sforzi vani. Il gas non era più sufficiente a sostenere quei tre uomini, e le pieghe del tessuto si allungavano sempre più. Senza dubbio sfuggiva attraverso i pori e forse attraverso la valvola che non chiudeva più bene.

Alle tre del mattino, i muggiti dell’oceano si fecero ancora udire. Diego e Cardozo, che non pensavano a chiudere